Quasi 900mila laureati, altrettanti diplomati e oltre 680mila persone con qualifica professionale troveranno lavoro tra il 2020 e il 2024

1,8 milioni di laureati e diplomati al lavoro entro il 2024

Roma, 11 settembre 2020

Opportunità anche per 680mila qualifiche professionali, ma, in 4 casi su 10, non saranno disponibili sul mercato

Quasi 900mila laureati, altrettanti diplomati e oltre 680mila persone con qualifica professionale troveranno lavoro tra il 2020 e il 2024, chiamati a integrare o sostituire il personale uscente per ragioni di età. Ma proprio per gli indirizzi di formazione e istruzione professionale si prospettano le maggiori difficoltà, visto che, in 4 casi su 10, non saranno disponibili sul mercato. È quanto mostra l’ultima stima di Unioncamere relativa ai fabbisogni occupazionali tra il 2020 e il 2024, elaborata nell’ambito del Sistema informativo Excelsior. Nel quinquennio 2020-2024 i laureati e i diplomati dovrebbero rappresentare nel complesso il 69% del fabbisogno occupazionale – con una quota particolarmente elevata richiesta dal settore pubblico, pari al 92% – mentre il personale con qualifica professionale peserà per il 26% (quasi esclusivamente destinato ai settori privati). Per un ulteriore 5% di fabbisogno di personale non sarebbe necessaria una particolare qualifica o titolo di studio.

I titoli di studio richiesti nel quinquennio 2020-2024

Laureati

Per quanto riguarda i laureati (34% della domanda) tra i principali indirizzi universitari richiesti nel quinquennio 2020-2024 emergono l’indirizzo medico-paramedico, per cui si stima saranno necessari 173mila unità, l’indirizzo economico (119mila unità), ingegneria (117mila unità), insegnamento e formazione (104mila unità comprendendo scienze motorie) e l’area giuridica (88mila unità). Inoltre, confrontando il fabbisogno di laureati richiesto dalle imprese con l’offerta prevista di neo-laureati – senza considerare anche la componente di laureati disoccupati – risulta nel totale una situazione di equilibrio, ma con notevoli differenziazioni scendendo a livello dei singoli indirizzi: si potrebbero così verificare a livello nazionale situazioni di carenza nell’offerta di competenze medico-sanitarie (con 13.500 figure mancanti mediamente ogni anno), come nei diversi ambiti scientifici e dell’ingegneria. Mentre al contrario eccedenze di offerta si potrebbero verificare negli ambiti politico-sociale o linguistico.

Diplomati

Le previsioni relative al fabbisogno di diplomati (35% del totale), ripropongono la preminenza dell’indirizzo amministrativo, con un fabbisogno stimato nel quinquennio di 260mila unità, seguito da industria e artigianato, che richiederà 243mila diplomati (per il 39% nell’indirizzo meccanico e per il 24% nell’elettronica), dai licei (137mila unità), turismo (78mila unità) e socio-sanitario (66mila unità). Per quanto riguarda il confronto domanda e offerta di neo-diplomati, si osserva una situazione di eccesso di offerta per i licei e per l’indirizzo tecnico del turismo, enogastronomia e ospitalità.

Formazione Professionale

Infine, per quanto riguarda la domanda di occupati per gli indirizzi dell’Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), si stima che il fabbisogno si concentrerà in prevalenza negli indirizzi ristorazione (155mila unità), benessere (113mila unità), meccanico (100mila unità), servizi di vendita (64mila unità) e amministrativo segretariale (51mila unità). In generale, il mismatch domanda-offerta per l’istruzione e formazione professionale si presenta eclatante, essendoci un’offerta complessiva in grado di soddisfare solo il 60% della domanda potenziale (fabbisogno medio annuo di 137mila unità contro un’offerta annuale di appena 85mila unità), con situazioni ancora più critiche per gli indirizzi della meccanica, del legno-arredo, della logistica e dell’edilizia.

Il forte incremento previsto per la domanda di profili laureati, da una parte, e di qualifiche professionali dall’altra parte, conferma gli effetti di polarizzazione del mercato del lavoro che conseguono alle grandi trasformazioni in atto, dove sono sempre più necessarie competenze tecnico-scientifiche elevate e capacità digitali. Questo fenomeno sta comportando per i diplomati una riduzione delle opportunità lavorative; i lavoratori senza un titolo universitario hanno una maggiore probabilità di essere impiegati in occupazioni di bassa competenza. In questo contesto diventa fondamentale strutturare adeguatamente l’offerta formativa degli istituti professionali e rafforzare l’intera filiera dell’istruzione tecnica superiore (ITS). Nei paesi con forti sistemi formativi “duali” è stato favorito l’ingresso nel mercato del lavoro dei giovani dotandoli delle competenze chiave che sono immediatamente richieste dalle imprese.

fonte: UnionCamere

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Imprese artigiane: aumentano addetti alle pulizie e tatuatori, in calo muratori e “padroncini”

Imprese artigiane: aumentano addetti alle pulizie e tatuatori, in calo muratori e “padroncini”

Roma, 28 agosto 2020

Tra le artigiane, aumentano le imprese di pulizia e quelle che si occupano di tatuaggi e piercing. Crescono i giardinieri e i parrucchieri ed estetiste. Si riducono invece le imprese artigiane di costruzioni e quelle che si occupano di ristrutturazione, i “padroncini” addetti ai trasporti su strada, gli elettricisti, i falegnami e i meccanici.

Come mostra la fotografia scattata da Unioncamere e InfoCamere sull’evoluzione dei mestieri artigiani negli ultimi 5 anni, il settore, che conta poco meno di 1,3 milioni di imprese, ne ha perse quasi 80mila tra il 2015 e il 2020. Ma alcuni “mestieri” – più vicini a uno stile di vita a cui piace la cura di sé, degli spazi in cui si vive e del verde comunecrescono, raggiungendo anche numeri consistenti.

È il caso delle imprese artigiane degli Altri servizi alla persona, la cui crescita esponenziale (+88,4% pari a 5.382 imprese in più) si deve in gran parte ai tatuatori e agli addetti al piercing (passati da 2.150 di giugno 2015 a oltre 5mila di giugno 2020), ma anche agli incrementi notevoli delle attività di robivecchi (da 151 a 754), di organizzatori di feste e cerimonie (da poco più di mille a 1.700) e di quanti si occupano di cura degli animali (toelettatori, addestratori, dog sitting ecc., che erano meno di 2mila nel 2015, oggi sono quasi 2.700). Balzo in avanti anche per gli addetti alle pulizie, aumentati di 5.600 unità in 5 anni, per i giardinieri (+3.200) e per i parrucchieri ed estetisti: 2.344 le imprese in più nel periodo.

Alcune difficoltà emergono al contrario nel mondo artigiano legato al settore dell’edilizia e delle costruzioni. In 5 anni si sono perse oltre 18.500 imprese artigiane del settore delle costruzioni di edifici residenziali e non residenziali, circa 3.600 attività di piastrellisti ed imbianchini, 3.300 di muratori specializzati nella finitura degli edifici. Sono inoltre 12mila in meno le attività dei “padroncini” legate al trasporto su strada, quasi 5.500 gli elettricisti in meno e circa 4.500 i meccanici per autoveicoli oggi non più attivi.

Un apporto notevole alla crescita della categoria degli Altri servizi alla persona è venuto in questi anni dai giovani: oltre 1.800 delle nuove imprese artigiane attive in questo settore si devono agli under 35. Le donne invece sembrano puntare su ambiti tradizionalmente più vicini al mondo femminile, come ad esempio quello delle imprese di parrucchieri ed estetisti. Gli stranieri, infine, hanno puntato in questi anni su alcuni specifici lavori legati al mondo dell’edilizia.

 

fonte: UnionCamere

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Lavoro: 2,5milioni di lavoratori da sostituire nei prossimi 5 anni. Tra 1,9 e 2,7 milioni il fabbisogno occupazionale complessivo

Lavoro: 2,5milioni di lavoratori da sostituire nei prossimi 5 anni. Tra 1,9 e 2,7 milioni il fabbisogno occupazionale complessivo

Roma, 25 agosto 2020

Tra il 2020 e il 2024 il sistema economico italiano dovrà sostituire oltre 2,5 milioni degli attuali occupati, perché i lavoratori avranno raggiunto l’età di pensionamento o per altre cause.

Questo dato, sommato agli incrementi (o alla diminuzione) dei lavoratori occupati previsti in base ai possibili andamenti annuali del PIL, determinerà un fabbisogno complessivo compreso tra 1,9 e 2,7 milioni di lavoratori.
Lo evidenziano i risultati dell’ultimo aggiornamento (luglio 2020) del modello di previsione dei fabbisogni occupazionali sviluppato nell’ambito del Sistema informativo Excelsior da Unioncamere, prendendo come base due possibili scenari per l’andamento (di espansione o di contrazione) dell’economia: secondo lo scenario A (“base”) la crescita economica potrà generare nel quinquennio 2020-2024, in maniera molto differenziata nei vari settori, un incremento rispetto al 2019 dello stock di occupati di circa 179mila unità, mentre secondo lo scenario B (“avverso”) si prospetterebbe una flessione dello stock di occupati di circa 556mila unità a fine quinquennio.

I fabbisogni occupazionali per il quinquennio 2020-2024

Nel dettaglio, nel quinquennio i settori privati esprimeranno un fabbisogno compreso tra 1,2 e 2 milioni di unità, per lo più determinato dal turnover di personale. La componente pubblica richiederà invece circa 720mila lavoratori, assumendo un peso più significativo rispetto al recente passato.
Il fabbisogno di lavoratori autonomi si collocherà tra 400mila e 600mila unità nel prossimo quinquennio, grazie alla replacement demand che andrà a compensare la contrazione dello stock occupazionale previsto per questa componente.
I lavoratori dipendenti, con una richiesta tra 1,6 e 2,1 milioni di unità tra 2020 e 2024, peseranno sul fabbisogno totale per una quota compresa tra il 77% e l’80% a seconda degli scenari.
A livello di ripartizione territoriale, sarà il Nord Ovest ad avere bisogno della quota maggiore di occupati (609mila/844mila unità), seguito dal Nord Est (492mila/665mila unità), dal Mezzogiorno (500mila/661mila unità), e – in misura minore – dalle regioni del Centro (361mila/527mila unità).

Fabbisogni occupazionali nel biennio 2020-2021

Nell’analisi dei fabbisogni professionali del quinquennio è opportuno distinguere il biennio 2020-2021, in modo da caratterizzare più in dettaglio gli effetti senza precedenti dell’attuale crisi economica che ha colpito in misura diversa i vari settori produttivi, rispetto alle tendenze del triennio 2022-2024 per il quale si ipotizza un rimbalzo dell’economia.
Tra il 2020 e il 2021 i settori privati e la pubblica amministrazione potrebbero esprimere un fabbisogno occupazionale di 272mila-799mila unità. In particolare, sarebbe la componente determinata dalla necessità di sostituzione di addetti in uscita per pensionamento o altre cause, stimata superiore al 1 milione di unità, a riportare in territorio positivo il fabbisogno, visto che nei due anni considerati è attesa una riduzione dello stock di occupati – a seconda dei due scenari considerati – compresa tra le 277mila e le 805mila unità rispetto al 2019 (rispettivamente -1,2% e -3,4%).
Dall’analisi per filiere produttive si rileva che tra il 2020 e il 2021 il maggiore fabbisogno sarà espresso dalla filiera “salute”, con una richiesta che riguarderà un numero di lavoratori che va dalle 223mila alle 241mila unità; seguono gli “altri servizi pubblici e privati”, con una domanda che si collocherà tra 145mila e 170mila occupati, e “formazione e cultura”, che richiederà tra i 152mila e i 169mila professionisti.
Si tratta per lo più di fabbisogni espressi dal comparto pubblico. Infatti, si stima che nel primo biennio di previsione i lavoratori dipendenti della pubblica amministrazione assumeranno un peso preponderante (con una quota di circa il 46% sul totale fabbisogno nello scenario A), mentre dipendenti privati e lavoratori autonomi presenteranno un’incidenza più ridotta.
Inoltre, nonostante il contributo positivo al fabbisogno da parte della componente di replacement, nel biennio la filiera “commercio e turismo” si caratterizzerà per un valore fortemente negativo (-172mila/-40mila unità). Ciò va interpretato come l’esito di una riduzione dello stock occupazionale medio nel periodo di entità tale da non poter essere compensato dalla componente potenzialmente sostitutiva rappresentata dalla domanda per turnover. Un ragionamento analogo, anche se con valori assoluti molto più bassi, vale per “legno e arredo” (-55mila/-9mila unità) e, per quanto riguarda lo scenario meno favorevole, per “moda” (-55mila/1mila unità), “Finanza e consulenza” (-40mila/43mila unità), “altre filiere industriali” (-33mila/8mila unità), “meccatronica e robotica” (-10.400/19mila unità) e “costruzioni e infrastrutture” (-4mila/43mila unità).

Le prospettive nel triennio 2022-2024

Nel triennio 2022-2024, dopo lo shock epidemico e il primo rimbalzo, si ipotizza che l’economia italiana potrà riprendere un percorso di crescita.
Nel complesso del triennio si stima una crescita dello stock nazionale di occupati di 456mila unità alla fine del 2024 rispetto al 2021. Nel dettaglio, l’aumento riguarderà per lo più i dipendenti privati, con una crescita determinata dall’espansione economica di quasi 355mila occupati (il 77% del totale), mentre per gli indipendenti si prevede un incremento di 80mila unità e per il comparto pubblico di 21mila lavoratori.
Se si considera anche la replacement demand, stimata per oltre 1,4 milioni nel triennio, il fabbisogno occupazionale previsto si avvicina a 1,9 milioni per gli anni 2022-2024.
Si evidenzia per i dipendenti pubblici, caratterizzati in media da una maggiore anzianità, una quota di replacement demand stimata intorno al 94% del totale fabbisogno, a fronte dell’83% per gli indipendenti e del 67% dei dipendenti privati.
L’analisi a livello settoriale indica che “commercio e turismo” – con una richiesta di quasi 425mila unità – sarà la principale filiera per fabbisogno di occupati nel triennio, e a seguire si collocano gli “altri servizi pubblici e privati” e “salute”, con una domanda di 260mila professionisti ciascuno, e “formazione e cultura”, che avrà bisogno di 200mila unità nel triennio.
In particolare, si prevede che solo nella filiera dell’informatica e telecomunicazioni la replacement demand rappresenterà meno del 50% del fabbisogno del triennio, essendo prevista una ulteriore accelerazione della trasformazione digitale proprio per le conseguenze economiche della crisi sanitaria. Un rilevante ostacolo alla crescita di questa filiera sarà però rappresentata dall’elevata difficoltà di reperimento di molte delle figure richieste.

fonte: UnionCamere

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Fase 3: 2 imprese su 5 contano di recuperare entro il 2020

Fase 3: 2 imprese su 5 contano di recuperare entro il 2020

Roma, 07 agosto 2020

L’emergenza non è ancora finita ma le imprese già guardano al domani.

Anche se permane un clima di incertezza, sono 600 mila le aziende che contano di recuperare risultati operativi accettabili entro fine anno. Mentre per ulteriori 580 mila bisognerà aspettare il 2021 per superare questo passaggio difficile.
È quanto risulta da un approfondimento del sistema informativo Excelsior su un universo di 1.380 mila imprese con almeno un dipendente, condotta tra il 25 maggio e il 9 giugno 2020 da Unioncamere in accordo con Anpal, per indagare sugli impatti del lockdown e sulle strategie per i prossimi mesi e i tempi previsti per la ripresa.
Secondo l’indagine soltanto 180 mila imprese (il 13,1% del totale) non ha subito contraccolpi produttivi e perdite economiche significative nel corso del lockdown, a fronte di quasi l’85% delle aziende che non ha ancora potuto assorbire le ripercussioni della crisi.

A presentarsi più preparate a superare le barriere fisiche imposte nella fase del lockdown, sono state le imprese che hanno adottato piani integrati di digitalizzazione. Il 15,3% di queste dichiara di non aver subito perdite nel periodo del lockdown e sembra poter gsperare di recuperare in un momento relativamente meno lontano nel tempo avendo potuto adattare più rapidamente la propria organizzazione ai cambiamenti repentini determinati dalla crisi da Covid-19. Al contrario, l’insufficiente o parziale impegno negli investimenti digitali è un fattore che porta le imprese a valutare tempi di ripresa più lunghi e a riportare maggiori difficoltà nella gestione finanziaria delle fasi dell’emergenza sanitaria.

Aver potuto riprendere le attività immediatamente dopo la fase di più stretto lockdown fa sì che le imprese delle costruzioni mostrino la migliore aspettativa di recuperare tra tutti i principali macro-settori.

Per quasi un sesto degli operatori il superamento delle difficoltà è atteso entro fine luglio e per un ulteriore 9% entro la fine di ottobre, sebbene la quota di quelli che non hanno subito perdite nel periodo di sospensione obbligata è piuttosto contenuta (intorno al 7%).
Situazione più critica invece per le imprese del settore turistico. Ben il 63,1% di queste imprese ritiene di poter tornare a livelli di attività adeguati solo in tempi lunghi – non prima del primo semestre del 2021. E soltanto il 6,2% (la quota più contenuta tra tutti i macro-settori) degli operatori del comparto prevede di recuperare condizioni accettabili entro il mese di ottobre. A pesare in particolare sono gli effetti della perdita del volume di affari per la chiusura delle attività, con tempistiche più lunghe rispetto ad altri settori, e l’inevitabile protrarsi delle limitazioni nei flussi turistici dall’estero, oltre agli effetti depressivi legati al generalizzato calo dei redditi sia sul fronte interno che internazionale.
Una situazione analoga, anche se a tinte meno fosche, è quella prospettata dalle imprese del commercio. Una su due teme infatti che gli effetti dell’emergenza Covid-19 della primavera 2020 possano durare per oltre un anno. A fare la differenza anche in questo caso sono soprattutto l’aumento delle difficoltà economiche per molti nuclei familiari, che ne riducono la capacità di spesa, oltre alle modifiche delle abitudini di spesa dei consumatori a seguito delle misure di contenimento.
Migliori capacità di reazione si evidenziano, invece, per le imprese che operano nei settori della sanità e dei servizi assistenziali privati (con il 63,5% degli operatori che già nel 2020 conta di raggiungere un pieno recupero) e dell’istruzione e dei servizi formativi privati (con il 17,4% delle strutture che traguarda alla fine di ottobre i tempi del recupero).
Nel manifatturiero sono invece i settori della meccanica, dei settori elettrico ed elettronico e della chimica – farmaceutica a contare di poter recuperare e contenere entro la fine del 2020 gli effetti più pesanti delle restrizioni indotte dalla pandemia.

Le imprese del Centro Italia mettono in luce un quadro di attese peggiori sulla capacità di recuperare: 130 mila imprese potrebbero arrivare al 2021 con ancora difficoltà nei fatturati. Ma sono complessivamente quasi 173 mila le imprese del Sud e Isole che prevedono di poter recuperare solo nel lungo periodo. Mentre con riferimento alla base dimensionale, solo le imprese tra 10 e 49 dipendenti esprimono tempistiche sulle prospettive di recupero lievemente migliori della media.

fonte: UnionCamere

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PID

Fase 3: oltre 51 milioni per le PMI con voucher 4.0 in tre anni Pid, assistite già oltre 200mila imprese

Roma, 05 agosto 2020

Oltre 51 milioni attraverso voucher Pid per la digitalizzazione delle imprese.

È quanto mettono a disposizione degli imprenditori le Camere di commercio per il triennio 2020-2022 per finanziare il passaggio al 4.0.
Sale così a oltre 110 milioni la dote complessiva che il sistema camerale ha messo sul piatto per le imprese in poco più di tre anni attraverso i Punti impresa digitale (Pid) realizzati per facilitare la transizione al digitale del tessuto imprenditoriale. Un passaggio oramai necessario per affrontare la sfida della ripartenza dopo la prima fase dell’emergenza Coronavirus. E per questo le Camere stanno lavorando per mettere in campo altre risorse aggiuntive rispetto a quelle già previste per il 2020.

“In questi tre anni, attraverso i Pid, abbiamo aiutato oltre 200mila imprese a scoprire i vantaggi della digitalizzazione supportandole con servizi mirati nell’adozione delle tecnologie abilitanti e dei nuovi modelli di business 4.0”.

È quanto sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli, che aggiunge

“ spingere sulla digitalizzazione delle imprese e sull’adozione delle tecnologie 4.0 porterebbe un incremento di oltre un punto e mezzo di PIL nel breve termine. Per questo è fondamentale intervenire in maniera massiccia su questo tema a sostegno della ripresa della nostra economia”.

I voucher  Pid potranno essere spesi per l’acquisto di beni e servizi strumentali – inclusi dispositivi e spese di connessione – consulenza e formazione focalizzati sulle competenze e tecnologie digitali in attuazione del Piano Transizione 4.0. E per sostenere le PMI nella difficile fase di emergenza post COVID-19, potranno coprire anche le spese di gestione finalizzate a consentire alle imprese il recupero di liquidità o ad accedere a forme di finanziamento per la realizzazione di progetti di digitalizzazione.
L’impegno dei Pid è stato importante per le imprese anche nel periodo del lockdown: più di 80mila imprenditori hanno seguito tutorial, 4mila hanno partecipato a oltre 100 webinar formativi e avuto accesso ai servizi di assistenza in materia di smartworking e per la riconversione del business sull’online; 1.300 hanno effettuato il test di maturità digitale delle propria impresa (con picchi di crescita ad aprile del 54% rispetto ai mesi precedenti), aiutati dai 200 giovani digital promoter per avere supporto sui motori di ricerca e sulle principali piattaforme di e-commerce.
E per portare a vendere online un numero sempre maggiore di imprese, sono in corso di attivazione accordi con player nazionali e internazionali che gestiscono marketplace per dare la possibilità alle imprese di accedere a condizioni agevolate a nuovi canali di vendita (o di integrare quelli già avviati) compatibili ai mutati contesti di vita e stili di consumo.

Inoltre per intercettare e promuovere casi di successo e buone pratiche di “rinascita digitale”, i PID hanno lanciato la nuova edizione del Bando “Top of the PID” che quest’anno sarà dedicato a individuare progetti di innovazione digitale che possono aiutare le imprese nella ri-partenza economica e, al contempo, favorire la diffusione di innovazioni, idee e nuove opportunità di sviluppo imprenditoriale che possono derivarne.

fonte: UnionCamere

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imprese in calo

Imprese: +20mila tra aprile e giugno (-32% rispetto al 2019)

Il “motore” dell’Azienda-Italia viaggia a basso regime: l’effetto Covid continua a frenare la voglia di fare impresa degli italiani

Azienda Italia in deciso rallentamento ma il bilancio tra aperture e chiusure resta positivo nel secondo trimestre di quest’anno con un aumento di +19.855 unità contro +29.227 del 2019. È il Sud a contribuire a quasi la metà del saldo attivo che comunque mette a segno il peggior risultato dei secondi trimestri dell’ultimo decennio. L’effetto Covid-19 continua dunque a pesare sulla nati-mortalità del sistema imprenditoriale italiano, dopo avere inciso negativamente sull’andamento dei primi tre mesi dell’anno. Tra aprile e giugno prosegue, infatti,l’indebolimento della voglia di fare impresa degli italiani con 57.922 iscrizioni di nuove imprese contro le 92.150 del secondo trimestre 2019, il 37% in meno. Contestualmente frenano, in misura ancora più accentuata, le cancellazioni che si attestano a 38.067 quest’anno rispetto alle 62.923 dell’anno precedente, il 39,5% in meno. Da notare come al bilancio del trimestre abbia contribuito per circa un terzo (il 32,5%) la componente artigiana, che ha chiuso il periodo con un saldo attivo di 6.456 imprese (18.943 le iscrizioni di nuove imprese contro 12.487 cessazioni).
È quanto emerge dall’analisi trimestrale Movimprese, condotta da Unioncamere e InfoCamere, sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio, disponibile all’indirizzo www.infocamere.it/Movimprese.

Il Bilancio Dei Territori

Il saldo attivo caratterizza tutte le regioni e tutte le aree del paese, con il Sud e Isole in particolare evidenza: le 8.905 imprese in più del Mezzogiorno rappresentano, infatti, il 45% dell’intero saldo nazionale. Il riflesso di questo risultato si ha dalla distribuzione regionale del saldo: il valore più elevato si registra infatti in Campania, che ha chiuso il trimestre con 3.143 imprese in più rispetto al 31 marzo scorso. A seguire ci sono Lazio (+2.386), Lombardia (+1.920) e Puglia (+1.859). Per le imprese artigiane, la regione di elezione nel secondo trimestre dell’anno è stato il Lazio, dove si è registrato il saldo più elevato tra aperture e chiusure: 1.257 unità. In Campania (+914), Lombardia (+570) e Puglia (+562) gli altri risultati migliori.

Il Bilancio Dei Settori

Anche a livello settoriale, si registrano saldi attivi per tutti i macro-comparti a partire dal commercio (+6.291), seguito dalle costruzioni (+5.222) e dai servizi di alloggio e ristorazione (+3.425). In termini percentuali, l’avanzamento più sensibile (+1,4% su base trimestrale) si registra nei servizi alle imprese (2.944 le imprese in più), seguiti dalle attività professionali, scientifiche e tecniche (+1,3% l’incremento nel trimestre, pari a 2.828 imprese in più) e dalle attività finanziarie e assicurative (+1,1% corrispondente ad un aumento di 1.366 unità).

Le Forme Giuridiche

Delle circa 20mila imprese in più alla fine del trimestre, il 65% circa ha la forma dell’impresa individuale (12.972 unità). Rispetto ai periodi più recenti, l’analisi della nati-mortalità delle imprese per forme giuridiche segnala nel secondo trimestre 2020 un rallentamento della dinamica delle società di capitale. Pur aumentando di 7.938 unità, il loro tasso di crescita trimestrale (+0,45%) appare infatti più che dimezzato rispetto allo stesso periodo del 2019, quando fu pari all’1,03%. Unica forma giuridica in arretramento, nel trimestre aprile e giugno, è quella delle società di persone (-1.230 unità, pari ad una riduzione dello 0,13% dello stock di imprese di questo tipo).

fonte: UnionCamere

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Turismo di prossimità per l'estate 2020

Turismo: un italiano su due non andrà in vacanza.

L’86% del turismo volge verso l’Italia. La Sicilia “regina” dell’estate, penalizzata la Lombardia

Nel 2020 calano di oltre il 40% gli italiani che partiranno per le vacanze rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Un italiano su due non andrà in vacanza. Dei 24 milioni di persone che si muoveranno, l’86% rimarrà in Italia e solo il 4,8% andrà all’estero, contro il 26% del 2019. È quanto mostra l’indagine sull’impatto dell’emergenza Covid realizzata da Isnart – Unioncamere su un campione rappresentativo di italiani intervistati nelle scorse settimane.
Tra coloro che tra luglio e settembre si recheranno in villeggiatura, il 76,5% soggiornerà presso una località di mare.
Non sembra aver centrato l’obiettivo il bonus vacanze: solo il 7,4% ne ha usufruito, mentre il 78,3%, ovvero quasi 19 milioni di italiani, dichiara di non utilizzarlo e un 14,3% è ancora indeciso.

Turismo di prossimità

Complici il timore del virus, la crisi economica e la mancanza di lunghi periodi di ferie, l’estate 2020 si conferma all’insegna delle vacanze di prossimità. I turisti italiani, se non scelgono la propria regione, si spostano essenzialmente nelle regioni limitrofe: in Sicilia e Sardegna, per esempio, l’83 e il 70 per cento di coloro che andranno in vacanza, lo faranno nella propria terra.
A livello locale la regione che si preannuncia come la regina di questa particolare stagione è la Sicilia, pronta ad ospitare quasi 3 milioni di turisti, registrando così un aumento rispetto allo scorso anno quando l’isola era stata scelta da circa 2 milioni e 700 mila turisti.
Seguono la Puglia e la Campania, che registrano però un saldo negativo rispetto al 2019, con, rispettivamente, -10% e -22% di vacanzieri. Anche per la Sardegna bilancio negativo, con un – 14% di turisti. Tra i cali più significativi si segnala il dato della Lombardia con addirittura 800mila turisti in meno rispetto al 2019. Non va meglio al Lazio (saldo negativo di 780mila) alle Marche (660mila) all’Emilia Romagna (640mila turisti). La paura dei contagi e una situazione economica in sofferenza sono le due principali motivazioni – espresse entrambe dal 30% degli intervistati – che terranno a casa quest’estate 21 milioni di italiani.
Dalla ricerca emerge che il 31% dei turisti dichiara di essere stato influenzato dalla situazione sanitaria legata al Covid in merito alla scelta della propria vacanza. Ne è una conferma il fatto che gli italiani sembrano premiare, rispetto al passato, quelle regioni e quelle zone del Paese in cui il virus ha avuto un impatto minore o che offrono aree interne scarsamente popolate in cui il distanziamento è più facilmente garantito. È il caso di Umbria, Abruzzo e Friuli che vedono importanti aumenti del numero di turisti e del Molise, che addirittura raddoppia quelli registrati nel 2019.
Sulla stessa linea si inserisce la scelta della tipologia di struttura ricettiva e il mezzo utilizzato per raggiungere il luogo di vacanza: oltre 10 milioni di italiani – più del 40% di coloro che partiranno –opta per vacanze in appartamento, mentre per raggiungere la propria destinazione il 62% degli intervistati utilizzerà l’auto staccando di molti punti la percentuale di coloro che si sposteranno in treno o in aereo, che si attestano entrambe al 10%. Dati questi che indicano una preferenza per vacanze che consentano di evitare, per quanto possibile, la condivisione degli spazi.

Turismo sportivo

Infine, la particolare situazione di questa estate ha orientato la scelta anche del tipo di vacanza. Il lungo stop dell’attività fisica all’aria aperta impedita durante il lockdown, fa registrare come principale motivazione nella scelta la possibilità di praticare sport, preferenza espressa dal 35% del campione, seguito dal 28,5% che sceglie la vacanza per stare a contatto con la natura. Tra gli sport preferiti, primo fra tutti è il trekking – col 38% – seguito dalla bicicletta con il 26%.

“In un momento così delicato per il turismo del Paese, Isnart, con Unioncamere, ha deciso di monitorare il turismo attraverso una serie di indagini periodiche per fornire agli operatori strumenti di conoscenza utili a decidere come orientare le proprie scelte.
Queste indagini, poi, nel breve periodo verranno utilizzate dal nostro osservatorio Big Data per costruire indagini predittive sulle tendenze, accompagnando quindi in maniera ancora più qualificata il sistema turismo. I risultati di quest’ultima indagine ci offrono diversi spunti di riflessione, come ad esempio, quanto sta crescendo la segmentazione del mercato, con le scelte e i comportamenti dei turisti che dimostrano di poter fare la differenza. È il motivo per cui abbiamo deciso di dedicare un focus della ricerca ai fenomeni turistici delle “tribù”, un target di turisti che hanno riti comuni, propri linguaggi e proprie regole comportamentali. I risultati di questa indagine ci parlano, tra l’altro, della crescita di chi si orienta verso una vacanza all’insegna dello sport, che significa aumento del numero degli appartenenti alla tribù del turismo attivo, cui i territori devono saper offrire risposte in termini di servizi e prodotti adeguati. Serve, allora, una nuova attenzione a questo fenomeno, sapendo che dobbiamo essere pronti a cambiare l’offerta dei territori e delle nostre destinazioni nazionali verso questi nuovi turismi e le loro esigenze”

commenta Roberto Di Vincenzo, Presidente ISNART.

“I dati di Isnart-Unioncamere parlano delle difficoltà del comparto ma anche di un nuovo protagonismo dei territori che oggi sono in competizione tra loro per poter intercettare la domanda turistica, quasi tutta italiana, che sarà al centro dell’estate 2020. Gli Enti regionali sono chiamati a supportare e a dare spessore all’offerta del sistema turistico imprenditoriale in un momento così difficile: la costruzione di una collaborazione tra pubblico e privato potrà consentire, allora, di riorganizzare l’offerta turistica attraverso un approccio multidisciplinare, sviluppando nuove progettualità sostenibili e avviando programmi di destagionalizzazione dei flussi turistici. Le Regioni si stanno già attivando in questa direzione e ancor più potranno fare se verrà accolta la nostra richiesta di costituzione di un nuovo Fondo Europeo speciale per il turismo (“FEST”), articolato sul modello “FESR” e dotato di adeguate risorse da attivarsi nella Programmazione 2021-2027. Su questo un ruolo importante potrà essere esercitato dalla collaborazione tra Enti che hanno competenze sul turismo. Parlo dell’interazione tra Regioni e Camere di commercio, ad esempio, perché serve una forte incisività dell’azione territoriale per permettere alle nostre imprese e, quindi, alle nostre destinazioni turistiche, di ripartire”

– conclude Mauro Febbo, coordinatore della Commissione speciale turismo della Conferenza delle Regioni e Province Autonome e Assessore Turismo della Regione Abruzzo.

fonte: UnionCamere

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imprese al femminile: frenata causa covid

Imprese: una su 5 al femminile ma la pandemia ne ha bloccato la rincorsa

Resilienti, tenaci, pronte anche più degli uomini a mettersi in gioco. È la foto del milione e 340mila imprese guidate da donne, che emerge dal IV Rapporto sull’imprenditoria femminile, realizzato da Unioncamere.

Le imprese al femminile, che sono il 22% del totale, negli ultimi 5 anni sono cresciute a un ritmo molto più intenso di quelle maschili: +2,9% contro +0,3%. In valori assoluti l’aumento delle imprese femminili è stato più del triplo rispetto a quello delle imprese maschili: +38.080 contro +12.704. In pratica, le imprese femminili hanno contribuito a ben il 75% dell’incremento complessivo di tutte le imprese in Italia, pari a +50.784 unità.
Anche se ancora fortemente concentrate nei settori più tradizionali, le imprese al femminile stanno crescendo soprattutto in settori più innovativi e con una intensità maggiore delle imprese maschili. È il caso delle Attività professionali scientifiche e tecniche (+17,4% contro +9,3% di quelle maschili) e dell’Informatica e telecomunicazioni (+9,1%, contro il +8,9% delle maschili).
Lazio (+7,1%), Campania (+5,4%), Calabria (+5,3%), Trentino (+5%), Sicilia (+4,9%), Lombardia (+4%) e Sardegna (+3,8%) le regioni in cui le aziende al femminile aumentano oltre la media. In termini di incidenza territoriale, sul totale delle imprese, al vertice della classifica si incontrano tuttavia tre regioni del Mezzogiorno (Molise, Basilicata e Abruzzo), seguite dall’Umbria, dalla Sicilia e dalla Val d’Aosta.

Di fronte al Covid, però, molte aspiranti imprenditrici devono aver ritenuto opportuno fermarsi e attendere un momento più propizio.

Tra aprile e giugno, infatti, le iscrizioni di nuove aziende guidate da donne sono oltre 10mila in meno rispetto allo stesso trimestre del 2019. Questo calo, pari al -42,3%, è superiore a quello registrato dalle attività maschili (-35,2%). Anche per effetto di questo rallentamento delle iscrizioni, sul quale ha inciso il lockdown, a fine giugno l’universo delle imprese femminili conta quasi 5mila unità in meno rispetto allo scorso anno.

“L’imprenditoria femminile è uno dei settori strategici da promuovere, sia per lo sviluppo del Paese che per il raggiungimento di un pieno empowerment femminile anche nel contesto lavorativo”.

È quanto dichiara la Ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, che aggiunge

“serve sostenere e incentivare la presenza femminile nelle PMI, settore privilegiato per il lavoro delle donne. Abbiamo quindi individuato, come Dipartimento per le pari opportunità, tre direzioni di intervento: accesso al credito e formazione finanziaria, per i quali dall’inizio della crisi sanitaria abbiamo già incrementato di 5 milioni di euro il fondo destinato al credito delle PMI femminili; un piano nazionale di formazione al digitale, con particolare attenzione ai settori e alle categorie di donne imprenditrici, che sono maggiormente escluse da tali percorsi formativi; promozione incentivata, tra le imprese femminili, e condivisione di strumenti di welfare e di conciliazione tra la vita familiare e quella lavorativa. Sono convinta che il coraggio delle donne che sanno osare scelte innovative possa fare di queste imprese il primo passo per la ripartenza di tutto il Paese”.

Per il sottosegretario allo Sviluppo economico, Giampaolo Manzella,

“I dati di Unioncamere di oggi sono solo gli ultimi a dirci che c’è ancora un ritardo importante sulla partecipazione delle donne alla vita di impresa, con implicazioni molto forti in termini economici. Nella azione del Mise a sostegno delle PMI ci sono tre assi di intervento sui quali concentrarsi: Incentivi alle imprese sotto forma di prestiti e contributi, con un’azione a favore delle startup femminili; Sensibilizzazione culturale per ‘far capire’ nella società il valore dell’impresa femminile; Azioni di assistenza tecnica alle imprenditrici per aiutarle a ‘fare impresa’.
Il tutto in stretto contatto con le Regioni e il sistema camerale e nella prospettiva di un Recovery Fund che tocchi i nodi italiani: di cui questo è sicuramente uno”.

“In Italia ci sono più di un milione e trecentomila imprese femminili che crescono ogni anno un po’ più delle altre”,

ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli.

“Durante il periodo di emergenza abbiamo visto invece un rallentamento della nascita di queste imprese, a testimonianza del fatto che il peso più rilevante in quelle fasi difficili è ricaduto e ricade sulle spalle delle donne. Anche per questo dobbiamo rafforzare gli strumenti utili per sostenere le donne a far nascere e crescere le loro imprese”.

Riduzione del numero di nuove imprese femminili in Italia.

Nelle regioni del Centro-Nord si registra la riduzione più consistente del numero di nuove imprese femminili (-47,0%). Il Mezzogiorno si “ferma” invece al -34,1%. In valori assoluti, le iscrizioni rallentano soprattutto in Lombardia (-1.776), Lazio (-1.222), Campania (-965), Piemonte (-913), Toscana (-911), Emilia-Romagna (-789), Veneto (-732).
Il forte calo delle iscrizioni rischia anche di rallentare quel processo di rinnovamento che si sta realizzando in questi anni nelle generazioni più giovani. Un rinnovamento che emerge con chiarezza dall’indagine di Unioncamere realizzata su un campione di 2mila imprese di uomini e di donne, contenuta nel IV Rapporto sull’imprenditoria femminile. I dati, raccolti a ridosso dello scoppio della pandemia, analizzano la risposta di genere all’interno del mondo delle imprese giovanili di fronte ad alcuni temi chiave della competitività e mostrano come le difficoltà innescate dal Covid 19 possano colpire maggiormente il mondo dell’impresa femminile, più sensibile al ciclo economico di quello maschile (il 21% delle imprese femminili ritiene di essere più esposto all’andamento negativo dell’economia contro il 18% degli imprenditori).
Infatti, le giovani donne d’impresa hanno una minore propensione all’innovazione rispetto ai coetanei uomini (il 56% delle imprese giovanili femminili ha introdotto innovazioni nella propria attività contro il 59% imprese giovanili maschili); investono meno nelle tecnologie digitali di Industria 4.0 (19% contro il 25% delle imprese giovanili maschili); sono meno internazionalizzate (il 9% contro il 13%); hanno un rapporto difficile con il credito (il 46% delle imprese femminili di under 35 si finanzia con capitale proprio o della famiglia). Inoltre, solo il 20% delle imprese di giovani donne ricorre in misura notevole al credito bancario e, tra tutte le imprese under 35 che lo richiedono, sono più le giovani imprese femminili, rispetto a quelle maschili, a lamentarsi di non aver visto accolta la richiesta o di averla vista soddisfatta solo in parte dalle istituzioni bancarie (8% vs 4%).

Un sistema di “buona” giovane impresa

Questi elementi di fragilità peraltro si inquadrano all’interno di un sistema di “buona” giovane impresa che condivide, in misura spesso più diffusa dei colleghi uomini, una serie di valori fondanti.
L’impresa giovanile femminile, infatti, è più attenta all’ambiente, guidata soprattutto dall’etica e dalla responsabilità sociale: la quota delle giovani imprese rosa che investono nel green mosse dalla consapevolezza dei rischi legati al cambiamento climatico è superiore a quella dei giovani imprenditori maschili (31% vs 26%). L’attenzione al welfare aziendale è decisamente elevata tra le giovani imprese femminili, che, ad esempio, offrono maggiori possibilità di smart working ai propri dipendenti (50% tra le femminili contro il 43% di quelle maschili); hanno adottato in misura maggiore iniziative volte a sostenere la salute e il benessere dei propri lavoratori (72% contro 67%) e sono più propense a sviluppare ulteriormente attività di welfare aziendale nei prossimi tre anni (69% contro 60%).
Le giovani imprenditrici, la cui spinta a fare impresa deriva in misura maggiore rispetto agli uomini dal desiderio di valorizzare le proprie competenze ed esperienze professionali (24% contro 21%), danno lavoro di più ai laureati (41% contro 38%) e intessono rapporti più stretti e frequenti con la comunità territoriale (il numero medio di stakeholder con i quali l’impresa giovanile femminile intrattiene rapporti è pari a 3,81, contro 3,58 dei coetanei uomini).

fonte: UnionCamere

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Aiutare i giovani a comprendere quale lavoro fare da grandi e quale percorso intraprendere

Unioncamere e Smart Future Academy insieme per aiutare i giovani a comprendere cosa fare “da grandi”

Aiutare i giovani a fare la scelta giusta per il proprio futuro.

È quanto si propongono Unioncamere e Smart Future Academy con il protocollo d’intesa siglato dai rispettivi presidenti, Carlo Sangalli e Adriana Lilli Franceschetti.

Le Camere di commercio hanno un ruolo importante per la realizzazione e diffusione di servizi e strumenti relativi ai percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO) degli studenti. Dal canto suo, Smart Future Academy ha ideato e messo a punto un format di workshop di orientamento per i giovani particolarmente efficace, basato sull’ascolto e l’interazione con professionisti brillanti che raccontano il proprio lavoro e il percorso di studi che li ha portati al successo.

Le tendenze del mercato del lavoro e gli eventi di orientamento per i giovani

Obiettivo dell’intesa, che mette a sistema esperienze già maturate negli anni scorsi nelle Camere di commercio di Bergamo, Bologna, Brescia, Firenze, Milano-Monza-Brianza-Lodi e Torino, è quindi quello di favorire la collaborazione di Smart Future Academy con il sistema camerale, promuovendo eventi di orientamento per i giovani della tipologia ideata dall’associazione, rafforzandola anche con le informazioni sulle tendenze del mercato del lavoro che sono patrimonio del sistema camerale. Si punta quindi ad unire i benefici di un format vincente con informazioni puntuali sulle prospettive occupazionali per dare una mano ai giovani a fare la scelta, di lavoro o di formazione, più consona alle proprie capacità e inclinazioni ma anche più rispondente alle reali e mutevoli esigenze del mondo del lavoro e dell’impresa.

Le difficoltà attuali del mercato del lavoro ci spingono a dare ulteriore impulso alle attività che le Camere di commercio svolgono per l’orientamento dei giovani”, sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli.Obiettivo dell’intesa con Smart Future Academy è dar vita ad incontri di orientamento che, coinvolgendo e divertendo, stimolino nei giovani una riflessione attenta sulle reali opportunità occupazionali e sui percorsi di studio che offrono maggiori e più soddisfacenti possibilità di inserimento”.

“Questa alleanza con Unioncamere permetterà al progetto Smart Future Academy di essere sempre più un’occasione per i ragazzi di seguire un percorso che li porta dalla scuola al mondo del lavoro – dichiara Lilli Franceschetti, presidente di Smart Future Academyun mondo del lavoro oggi messo in ginocchio ma che non deve far perdere la speranza, a chi deve ancora affrontarlo, perché, come è stato detto da un nostro speaker, in Italia si può! Incoraggiamoli!”.

“Questo periodo di difficoltà passerà e, oggi più che mai, dobbiamo ripartire mettendo i giovani al centro dell’attenzione nazionale, facendo leva sulla grande capacità di fare sistema tra pubblico e privato che l’Italia ha saputo mettere in campo” ha aggiunto Marco Bianchi, vicepresidente di Smart Future Academy. “Ci piace leggere la firma di questo Protocollo di Intesa come un segnale dell’Italia alla classifica dell’Ocse che ci vede, tra i suoi 37 Stati membri, all’ultimo posto per spesa pubblica destinata all’istruzione.”

fonte: UnionCamere

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Da oggi il Portale nazionale della etichettatura si estende anche alle imprese non alimentari

Da oggi il Portale nazionale della etichettatura si estende anche alle imprese non alimentari

Sotto l’egida di Unioncamere Italiana e grazie alla collaborazione di Dintec, la Camera Di commercio di Torino e il suo Laboratorio Chimico offrono un servizio concreto sulla etichettatura e la sicurezza di tutti i prodotti, per orientare le imprese ad una giusta concorrenzialità

Il Portale Etichettatura che finora ha fornito un supporto per la creazione e l’aggiornamento dell’etichetta alimentare, grazie alla collaborazione con Dintec – Consorzio per l’innovazione Tecnologica si arricchisce di nuovi contenuti ed offre un servizio completo a disposizione di tutte le imprese alimentari e non alimentari.

“Il Portale è nato lo scorso dicembre dopo l’esperienza dello Sportello Etichettatura e Sicurezza Alimentare, un servizio di primo orientamento nato qui a Torino quasi 10 anni fa. Lo strumento è completamente digitale ed è un progetto di sistema che coinvolge oltre 60 province italiane con modalità di semplificazione e integrazione dei servizi e con un’interfaccia moderna, molto gradita alle aziende alimentari e ai consumatori– dichiara Dario Gallina, Presidente della Camera di commercio di Torino. – A sei mesi di distanza però, il mondo economico è improvvisamente cambiato e tutte le imprese hanno bisogno concretamente di aggiornarsi e di ricevere assistenza, senza doversi spostare dal luogo di lavoro. Abbiamo dunque accelerato il nostro impegno come sistema camerale e, proprio in questo momento di ripartenza post Covid 19, siamo qui per offrire anche alle imprese non alimentari il nostro Portale, dedicando il nostro supporto digitale anche in materia di etichettatura dei prodotti di largo consumo, come per esempio gli elettrodomestici, i giocattoli o il settore della moda”.

“Nel Portale nazionale dell’Etichettatura – commenta Fabrizio Galliati, Presidente del Laboratorio Chimico Camera Commercio Torino – oltre agli esempi di etichette di prodotti italiani, ai riferimenti normativi in materia di sicurezza ed etichettatura alimentare e alle numerose FAQ, saranno presenti contenuti analoghi anche sui temi non alimentari, con un supporto di primo orientamento sull’etichettatura dei prodotti di abbigliamento e calzature, sull’etichettatura energetica e sulla marcatura CE, con informazioni a corredo dei prodotti ricadenti nell’ambito del Codice del consumo e sulle indicazioni metrologiche da riportare sui prodotti preimballati”.

“Ampliare ai prodotti non alimentari il servizio erogato attraverso il Portale– dichiara Massimo Guasconi, Presidente di Dintec – consente di valorizzare il ruolo e le competenze delle Camere di commercio a presidio dei temi relativi alla regolazione del mercato, fornendo un supporto concreto alle imprese per aiutarle ad operare in modo trasparente e concorrenziale sul mercato innalzando, al contempo, il livello di salute e sicurezza per i consumatori”.

Gli enti dietro al portale

Il Portale è realizzato dalla Camera di commercio di Torino e dal suo Laboratorio Chimico, sotto l’egida di Unioncamere Nazionale e con la collaborazione, ad oggi, di 30 enti camerali che mettono a disposizione delle proprie imprese contenuti personalizzati, come schede di prodotti tipici o più rappresentativi.

Ciascun ente opera, nell’ambito del Portale, sulla base di un flusso operativo personalizzato secondo modalità concordate con il Laboratorio Chimico della Camera di commercio di Torino, che consente di monitorare i quesiti in tutti i passaggi, operativi e amministrativi.

A partire da oggi le Camere di commercio potranno avvalersi anche del contributo tecnico di Dintec nell’evasione dei quesiti inerenti all’etichettatura dei prodotti di largo consumo non alimentari, adottando le medesime modalità operative previste per i prodotti alimentari, ma beneficiando di una task force di esperti e di competenze più ampie, a servizio loro e delle imprese.

Per accedere al Portale le imprese devono effettuare una registrazione, a seguito della quale possono poi accedere alla loro area riservata per inserire i quesiti alimentari o non alimentari. Le risposte ai quesiti vengono inserite direttamente sul Portale, in modo che le aziende possano accedere e consultare agevolmente lo storico dei quesiti.

Il Portale è accessibile a tutti, compresi i consumatori che possono consultare il materiale informativo disponibile, in particolare i riferimenti normativi “orizzontali” di etichettatura, le schede dei prodotti e le FAQ con le risposte finora elaborate in base all’esperienza di tutti gli Sportelli.

fonte: UnionCamere

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